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Questione di caratteri

La nostra cara amica e collaboratrice Monica Benoldi ha appena visitato l’interessante mostra “Questione di caratteri” del Maestro Gianfranco Adorni presso Albinea (RE) e ha gentilmente condiviso le sue interessanti considerazioni a riguardo inviandoci il seguente articolo.

Per chi come me ha studiato al Dams di Bologna negli anni ’90 e ha seguito le lezioni del celeberrimo professor Renato Barilli, vero spauracchio e spartiacque per chi era indeciso se proseguire o meno negli studi di Storia dell’Arte (se eri poco convinto, ci pensava lui a farti cambiare facoltà in fretta e a convincerti che la Storia dell’Arte era ed è una disciplina rigorosa e scientifica quanto la matematica), non sarà una novità il titolo “La galassia Gutenberg”, testo fondamentale di Marshall McLuhan, sull’importanza dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, che cambiò il mondo fra 1400 e 1500.
Negli anni a cavallo di quei due secoli, che rappresentano per noi il Rinascimento Italiano, vi fu una straordinaria combinazione di avvenimenti per cui il mondo Occidentale divenne quello che noi oggi conosciamo.
Da un lato, dalla Spagna, importata dal mondo arabo, giungeva la carta, quindi un supporto economico e leggero che apriva la strada alla pubblicazione di libri senza costi eccessivi; dall’altra il tedesco Johannes Gutenberg inventava la stampa a caratteri mobili, quindi ennesimo tassello per facilitare la creazione di scritti, senza bisogno dei frati amanuensi.

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Gutemberg

Fino a quel momento in Europa si usava la pergamena, più correttamente la “carta pecora”, ossia fogli sottilissimi di pelle di pecora, appunto, su cui i frati amanuensi riportavano più che altro testi sacri e vite di santi.
Non stiamo a ricordare che il tasso di analfabetismo fra la popolazione era altissimo e che comunque i libri dovevano passare la censura della Chiesa, questa combinazione di eventi cambiò comunque la storia dell’Occidente.
Non solo per la pubblicazione dei libri, ma perché l’invenzione di Gutenberg apriva la strada all’uomo cartesiano e alla prospettiva a piramide rovesciata che Leon Battista Alberti aveva già anticipato e ben descritto nel suo “De prospectiva pingendi”, del 1482, ossia quella conosciamo noi e su cui si basa la macchina fotografica e il nostro stesso occhio. Finalmente, grazie a Leon Battista Alberti e a Gutenberg, la pittura bidimensionale sfondava lo spazio e rappresentava la terza dimensione: il volume.

Ebbene, tutte queste considerazioni mi sono tornate alla mente ieri, nel momento in cui sono andata alla mostra di un artista che io conosco da una vita come vicino di casa.
Questo elegante signore, dai modi sempre garbati, grande appassionato di arte, espone ora ad Albinea (RE) una mostra di sue opere. Da ragazzo a Milano aveva fatto il tipografo, aspetto della sua vita che ignoravo, perché quando la mia famiglia ed io lo conoscemmo, aveva uno splendido negozio di fiori sulla Via Emilia in centro a Reggio.

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Egli ha compiuto un’operazione interessantissima, per cui ha recuperato i cliché, le lettere, i simboli grafici della sua attività di tipografo e li ha assemblati in opere che mi hanno lasciato a bocca aperta. Mentre le guardavo, risentivo la voce squillante di Barilli che ci spiegava “l’uomo tipografico” creato dalla “Galassia Gutenberg” del grande genio canadese McLuhan, anticipatore pionieristico dell’importanza della comunicazione e coniatore dell’espressione “mass media” (“media si legge com’è scritto, è latino, non venite all’esame a dirmi mass midia perché vi boccio”, tuonava il Barilli), nel 1960.

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In queste opere c’è tutto l’amore per un mestiere da artigiano (nel senso più nobile della parola: artista e artigiano hanno la stessa radice etimologica) che sta scomparendo grazie o a causa del digitale, dipende dai punti vista.
Ma non vi è solo questo: alla base, secondo il mio punto di vista ovviamente, ho scorto anche una ricerca concettuale per andare oltre al figurativo, ma senza sfociare nell’astratto. Infatti, Adorni prende le lettere e le incasella come andava fatto per stampare: al contrario giustamente e le inframezza di simboli o cliché, per cui il fruitore è obbligato non solo ad abbandonarsi alla dimensione della mera osservazione, ma anche a scorgere il nesso fra la scritta composta dai caratteri e i simboli. Quindi sì, parole in libertà, per citare Filippo Tommaso Marinetti, ma sempre con un senso ben preciso.

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Sarei bugiarda se non ammettessi che alcune mi hanno proprio emozionata, come ad esempio “Linea gotica” dove i caratteri vengono inframezzati meravigliosamente da una radice di albero ed in mezzo alle lettere si scorge la svastica, alcuni proiettili ed altri simboli legati al disastro della Seconda Guerra Mondiale.

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Come davvero interessante ho trovato un pannello con i vecchi simboli dei partiti ante 1992, separati da aggettivi che in effetti, ben descrivono quello che poi abbiamo scoperto negli anni.
Insomma, una mostra da vedere, peraltro, il caso vuole che si svolga alla Biblioteca Comunale di Albinea, dove Adorni svolge attività di volontariato rilegando i vecchi libri sciupati. Un amore incondizionato per il cartaceo che, al di là dei nuovi mass media, merita un grande rispetto.

Monica Benoldi

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Il Mosaico: la pittura per l’eternità

Arte e tecnica sono intimamente connesse, comprendere queste connessioni è la chiave per comprendere molti sviluppi e orientamenti analizzati dalla Storia dell’Arte. Motivo per cui tra i temi trattati vogliamo considerare anche gli aspetti tecnici sia dal punto di vista formale che storico e pratico. Qui cominciamo con una delle tecniche più durevoli: il mosaico.

Tecnica antichissima, può a buon diritto chiamarsi pittura per l’eternità (come fu definita dal Ghirlandaio), infatti in condizioni di stabilità del supporto a cui aderisce, il mosaico può perdurare per tempi lunghissimi. Abbiamo infatti pregevoli mosaici risalenti ad epoche antichissime.

Il termine deriva dal latino opus musivum con probabile riferimento alle Muse e alle decorazioni delle grotte dedicate ad esse. Gli esempi presenti in Grecia, per esempio, ci permettono insieme alla pittura vascolare, di ricostruire i primi passi della pittura tradizionale (su tavola o murale) di cui invece non abbiamo quasi più traccia. Del resto spesso con il termine mosaico spesso si comprendono tecniche differenti come il litostrato in cui però non vi è l’impiego di tessere ma di ciottoli variopinti.

Sicuramente l’opera più nota di questa tipologia è la Battaglia di Isso scoperta negli scavi di Pompei e probabilmente copia di un mosaico più famoso di Filosseno da Eretria.

Battaglia di Isso, Museo archeologico di Napoli, III a.C.

Tracce di mosaico con tessere vitree sono note in Egitto ma la tecnica ebbe più larga diffusione in epoca romana e Plinio riporta alcune notizie sulle origini nel Naturalis Historia. Probabilmente per ottenere effetti cromatici più intensi e ricchi si pensò di introdurre accanto alle normali colorazioni delle pietre le tessere in pasta vitrea.

Le modalità tecniche

Per creare il mosaico sull’intonaco veniva steso, ma solo nell’area lavorabile nell’arco di poche ore, uno strato di mastice. Su questo supporto adesivo andavano adagiate le tessere musive, con dimensioni variabili in base alla disposizione, più piccole se destinate a riprodurre le figure, più grandi se utilizzate per lo sfondo. Le tessere potevano essere in terra cotta, in vetro trasparente o opaco oppure auree. Le opere realizzate spesso quali inserti della decorazione parietale erano spesso delimitate da cornici di conchiglie.

Mosaico con Nettuno e Anfitrite, Ercolano, I sec. d.C.

Il mosaico bizantino

Nell’Arte bizantina il mosaico diviene l’espressione artistica più caratterizzante, esprimendo al meglio le peculiarità delle figurazioni sacre. Anche la tecnica si evolve: oltre all’utilizzo di gamme cromatiche sempre più ampie e preziose si impiega un letto di intonaco più fine e resistente. In particolare gli sfondi realizzati con tessere dorate contribuiscono alla suggestione di una realtà divina e ultraterrena, aggiungendo ieraticità alle figurazioni.

Gli edifici sacri ravennati, realizzati tra il V e il VII secolo, accolgono alcuni tra i più straordinari mosaici bizantini come il Mausoleo di Galla Placidia o la Basilica di San Vitale.

Mausoleo di Galla Placidia, Mosaico con lunetta del Buon Pastore, Ravenna, V secolo

Le figure, frequentemente, vengono realizzate a parte e poi aggiunte alla decorazione musiva delle pareti, per consentire di elaborare con maggiore cura i dettagli più raffinati.

Non ci sono descrizioni della tecnica risalenti al periodo bizantino ma dalle stesse opere emerge la presenza di tre stati di intonaco man mano più fine, le dimensioni medie delle sezioni che i mosaicisti riuscivano a realizzare nell’arco di un giorno (circa 50 x 50 cm) e le modalità di disegno della figurazione. L’artista delineava le figure sull’intonaco fresco e col tempo cominciò a realizzare una sorta di affresco come disegno di base, come appare evidente nei mosaici di San Marco a Venezia.

L’evoluzione basso-medievale

Con l’invenzione del linguaggio italiano anche in pittura, l’impiego del mosaico si riduce notevolmente. La tecnica ricalca quella pittorica dell’affesco, per cui le tessere assumono forme diverse e soprattutto si dispongono a seguire l’andamento del disegno. Nei dettagli i mosaicisti impiegano tessere di dimensioni molto piccole per poter registrare meglio i passaggi di ombra e di luce.

Mosaici della Cappella Palatina nel Palazzo dei Normanni, Palermo 1143 ca.

Dal periodo rinascimentale in poi la tecnica musiva cade in disuso e solo pochi artisti decidono di impiegarla. Tra questi Raffaello che affida al veneziano Luigi De Pace, la decorazione musiva della cupola di Santa Maria del Popolo su suoi disegni.

La tecnica musiva torna in auge nel XX secolo come vedremo in un prossimo post dedicato al mosaico nell’Arte contemporanea.