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“PHILIPPUS PALADINUS FLORENTINUS”: UN MANIERISTA NELLA CULTURA FIGURATIVA SICILIANA TRA CINQUE E SEICENTO

“PHILIPPUS PALADINUS FLORENTINUS”:

UN MANIERISTA NELLA CULTURA FIGURATIVA SICILIANA TRA CINQUE E SEICENTO

di Filippo Musumeci

A’ Filippo Paladini

 È questa quella man, che può Natura

Spesso sfidare à le più nobili opre?

È questa, che qua giù spiega e discuopre

L’eccellenze c’hà il cielo, oltra misura?

O man, raggio di Dio, che ‘n questa oscura

Età riluci; e quanto avien, ch’adopre

Tuo gran valor, non mai turba, ò ricuopre,

oblio, mà lungamente e dura.

 

In tua virtù sì di rinascer degno

Foss’io, come ti stringo, e come presto

Di riverirti e d’honorar m’ ingegno.

 

Ma poi noin giunge à sì felice segno

Il merto mio ch’io per te viva; questo

Ricevi almen di puro affetto pegno.

 

Chi fu quel “Philippus Paladinus Florentinus” liricamente celebrato dall’umanista siciliano Filippo Paruta[1] e oggi imperdonabilmente snobbato dalla critica post-novecentesca? Quella stessa critica di élite che indispettita emette sentenze dalla propria inespugnabile torre d’avorio, sancendo per il singolo croce o delizia, plauso o oblio, vita o morte.

Ci fu un tempo per quest’uomo e artista… e oggi non c’è più, ahimè! Ma le sue opere, ostinatamente, continuano a parlare con toni raffinati e colti non appena ci si arresti al loro cospetto per riammirarle e riscoprirle, ogniqualvolta con rinnovato sguardo.

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Filippo Paladini, Presentazione del Bambino al Tempio (1613); olio su tela, 458 x 258 cm. Enna, Cattedrale.

Mi si perdoni lo sfogo, ma possibile che nessuno abbia meditato sull’ipotesi che l’Arte in Sicilia possa essersi spinta oltre (e ben oltre) il Quattrocento di Antonello da Messina? Ehi, dico a voi! Ci sentite di lassù? Mah!! Misteri profondi della psiche umana.

Eh, no, dai!! Che non si sfoderi adesso il jolly del “provincialismo” un’altra volta, perché ne abbiamo le tasche piene di questi affondi azzardatissimi.

Solo a titolo informativo, s’intenda (non per altro), a un pittore “provinciale”, secondo il vostro disinteressatissimo parere, il Gran Maestro del potentissimo Ordine gerosolimitano dei Cavalieri di Malta, Ugone de Loubenx de Verdalle, avrebbe commissionato dal 1589 in poi diverse opere su tela, fra le quali merita menzione almeno la pala d’altare, per la Cappella Palatina del Gran Maestro alla Valletta, con la Madonna in trono fra i Santi e Cavalieri (oggi al Palazzo Arcivescovile dell’isola), e sempre per lo stesso edificio (tanto per non farsi mancare niente) perfino il ciclo di affreschi con Storie del Battista?  E ancora, le due pale d’altare per la Chiesa dei Gesuiti della capitale maltese con la Circoncisione e il Naufragio di San Paolo?[2] Uhmm, Direi che si fa sempre presto, molto presto, a parlare di “provinciale” e del suo ismo.

Ok! Questo sarà un altro sciocco, banale e futile articolo che pochi, pochissimi leggeranno furtivamente, uniformandosi, chissà, al pensiero convenzionale. E come dar loro torto, del resto? Farei la stessa cosa anch’io se mi presentassero il profilo di un artista riesumato dal sarcofago di damnatio memoriae.

E posso pure immaginare i probabilissimi e, perché no, sacrosanti commenti dei pochi, pochissimi lettori: «Ma chi si crede di essere questo mediocre blogger da due soldi? Ma guarda te stò sfigato! Tornatene da dove sei venuto e restaci pure!».  

Sì, sì, lo so!! Ne sono conscio. Ma stavolta ho deciso di osare! Una tantum! Che sarà mai? Lo fanno in così tanti di questi ultimi tempi!! Non temete, il fine è il medesimo del blog: quello di raccontare umilmente una storia per cui si crede valsa la pena disquisire in assenza di pregiudizi di “maniera”.

Osare, sì, non per indottrinare, non per illuminare (non ne possiedo mica gli strumenti!) fosse solo per chiarire e/o informare i temerari di un prossimo tour in Trinacria che c’è dell’altro oltre ai siti archeologici e architettonici, giustamente, riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. C’è dell’altro oltre all’immenso Antonello da Messina; c’è dell’altro che non si vede seppur pienamente visibile e bramoso di esser visto; c’è dell’altro che impazientemente attente un vostro sguardo, distratto no, vi prego! Attento sì, potreste ricredervi! C’è dell’altro con nomi propri di persona intrisi di vigore dignitoso e talento ignoto: Domenico e Antonello Gagini, Pietro Novelli, Giacomo Serpotta, Francesco Lojacono e il nostro Filippo Paladini.

Mio Dio, che maestri mortificatamente “disgraziati” in una terra magnifica e non meno “disgraziata”.

C’è dell’altro laggiù, che qualcuno, come me, ha scovato senza averlo mai appreso dalla saggistica di voga, ma da studi trasversali e alternativi votati all’arte di singolari personalità che hanno dato e lasciato tanto, pur ricevendo appena esigui sprazzi di luce, repentinamente spenti e affogati nell’oceano dell’oblio.

Anni fa lo promisi a me stesso e oggi rendo questo inoffensivo, forse insipido (non certo per me) omaggio a un artista che ha saputo dar colore a molti, troppi uggiosi miei diurni esistenziali, con lo squincio delle sue vedute, la cromia dei suoi volumi, lo spessore dei suoi lumi.

Le sue rappresentazioni mi parlarono per la primissima volta nella Basilica Cattedrale del capoluogo etneo, ove si conserva la raffinatissima pala con il Martirio di Sant’Agata del 1605 (di cui si dirà nel prossimo articolo), patrona della città. Le ripetute (direi quotidiane) visioni si vestirono di inedito stupore, forzatamente tenuto a freno. Fu amore, di quell’amore, oggi a distanza, di cui avverto l’eco del dolce canto come ricordo di quei devoti e furtivi attimi che furono, lì, a due passi dal Sacro Sacello dell’eroina catanese. Quella sacralità iconica pur nella tragedia, quella grazia gestuale pur nel dramma, quella folgore luministica pur nella cecità tiranna, si spiegarono dirimpetto alla mia acerba conoscenza, tracciando una via senza ritorno.

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Filippo Paladini, Martirio di S. Agata (1605); olio su tela, 300 x 227cm. Catania, Basilica Cattedrale S. Agata.

Chi fu costui, dunque, a cui si devono tali devoti e furtivi attimi? Chi quell’abile pittore di prodiga arte – disseminata tra la natia provincia fiorentina e le terre ospitanti di Malta e Sicilia –  che tanto di lei fece indagare e discutere presso i suoi contemporanei e i posteri del secolo scorso?

Non è tempo di matasse dialettiche né di arbitrari sillogismi atti a confutare una pagina di cronaca dall’indubbia veridicità. Quel Paladini tanto snobbato, tanto declassato, tanto ignorato, fu un “Maestro” di formazione forbita e colta nel senso più classico del termine: un protagonista dell’ultimo Manierismo di area toscana, aperto ai nuovi influssi di matrice caravaggesca, scoperta, scrutata, adottata e fatta propria negli anni del fortunato e florido soggiorno siciliano.

Verrebbe da dire: “Quando il fato ci mette lo zampino” e, a mò di giocoliere circense, compie il proprio numero servendosi abilmente di umane esistenze.

Quel Caravaggio, forse mai conosciuto personalmente dal Paladini; forse a quest’ultimo mai così familiare per assonanze biografiche, non meno che stilistiche.

Un uomo piuttosto noto alle Forze dell’Ordine nella Firenze medicea di fine Cinquecento dei fratelli e granduchi di Toscana, Francesco e Ferdinando I, per via di certi reati, in seguito ascrivibili (e comunemente più celebri) anche al genio lombardo: possesso illecito di armi, aggressioni e scontri armati, denunce e ripetuti arresti, fuga con relativi soggiorni maltese e siciliano, fino alla grazia ottenuta per intercessioni aristocratiche.

Cambia solo il finale in quest’intreccio di vite parallele: graziato, riscattato e celebrato, il Paladini; fuggiasco, braccato, sconfitto (apparentemente) e (ironia della sorte) graziato post-mortem, il Merisi.

Sono tanti i dipinti del Paladini che ho imparato a leggere e amare fin dai miei primi e timidi esordi nell’universo dell’Arte; lunghe le soste solitarie col naso all’insù presso ignoti altari, sovente elusi; lunghe riflessioni su quel modo originalissimo di trattare le forme mediante la dotta lezione assorbita sugli illustri esempi di Andrea del Sarto, fra Bartolomeo, Pontormo, Bronzino e, il già citato, Caravaggio.

E poiché qualcuno disse che la fortuna dei “grandi” artisti la fanno gli altrettanti “grandi” storici e critici, basterà, in definitiva, riportare le conclusioni alle quali giunse quell’illustre senese Professore (con la P maiuscola) di Cesare Brandi nella sua magistrale analisi di fine secolo scorso, compiuta durante gli anni di docenza presso l’Università palermitana.

«Potrebbe sembrare che il caso di Filippo Paladini rientrasse pacificamente nel quadro della pittura manieristica fiorentina, e di questa fosse anzi un episodio attardato, anche per il fatto che l’artista operò fuori patria, in un ambiente che quasi si potrebbe ritenere vergine, come quello di Malta e della Sicilia. In quest’ambiente, che in realtà era tutt’altro che vergine, almeno se ci si riferisca alla Sicilia, tuttavia il Paladini si poneva come l’unica propaggine del ramo più alto della pittura manieristica toscana, di quella cioè che discendeva in linea primogenita più ancora che da Michelangiolo, dal Pontormo. Codesta pittura era giunta, di raffinamento in raffinamento, e di estenuazione in estenuazione, allo “Studiolo di Francesco I”; dove si era fermata.  […].  Investe cioè il recupero di una personalità singolarissima, che, proprio nel periodo più tardo della sua vita, arriva a porre a contatto, senza incenerirle a vicenda, due culture agli antipodi; come quella di derivazione pontormesca e quella del Caravaggio: due culture, di cui la seconda doveva apparire, più che la negazione, la vanificazione della prima. E lo fu ovunque, ma non per il Paladini […]. Nel Paladini l’impianto manieristico non venne mai meno, né il codice con cui l’esprime, ma la progressiva presa di coscienza della pittura del Caravaggio produce come una interna rigenerazione. La parola è provvisoria, ma centra il fatto che assicura al Paladini un’emergenza inattesa nella pittura manieristica, anche se per le date appartenga al primo Seicento. […] Ad un tratto nel lume universale che bagna le sue figure s’insinua un raggio, un’incidenza: ecco un’ombra portata, ecco un volto bagnato da un’ombra che non è chiaroscuro., ecco l’improvviso emergere di un particolare, che sia una mano o un lembo di vestito, che è come se venisse fuori dal pelo dell’acqua. Di colpo tutto il quadro è come trasformato: la tensione che si produce, le opposizioni che si rivelano, mettono in evidenza una struttura dinamica che l’apparente (ma spesso non solo apparente, in verità) uniformità di flessione celava. Sono questi i momenti maggiori del Paladini, quelli che dimostrano come l’accostamento al Caravaggio non fosse nel senso di arricchire il suo codice di elementi contradditori, mutuati per scarsa coerenza. […] Donde la felice contaminazione caravaggesca serve al Paladini per rigenerare la stanca matrice manieristica ma non a sostituirla, non a surrogarla. Per questo la pittura del Paladini, anche se non fosse stata rinserrata in una zona periferica della cultura, come Malta o la Sicilia, non avrebbe rappresentato un’alternativa al Caravaggio o ai Caracci. Resta, la pittura del Paladini, l’ultima e tardiva fioritura di quell’arte che era nata a seguito del Tondo Doni di Michelangiolo: appartiene al Manierismo, non è una svolta nuova. Ma non è un fenomeno provinciale, non caratterizza una posizione arretrata. Nell’unione impossibile che realizza fra una cultura in estinzione e una cultura al suo sorgere, il Paladini da forse l’ultimo sprazzo vivido di luce pittorica del Cinquecento fiorentino»[3]. (Cesare Brandi, 1967)

[1] Paolo Russo e Vittorio Ugo Vicari, Filippo Paladini e la cultura figurativa nella Sicilia centro-meridionale tra Cinque e Seicento, Edizioni Lussografica, Caltanissetta, 2007, p. 43.

[2] Per i cenni biografici si veda: Mostra di Filippo Paladini. Catalogo della mostra, Palermo, Palazzo dei Normanni, maggio-settembre 1967, a cura di Maria Grazia Paolini e Dante Bernini, Industria Grafica Nazionale S. Cosentino & G. Sconzo, Palermo 1967, pp. 15, 20; Paolo Russo e Vittorio Ugo Vicari, Filippo Paladini e la cultura figurativa nella Sicilia centro-meridionale tra Cinque e Seicento, op. cit.

[3] Cesare Brandi, Saggio introduttivo in Mostra di Filippo Paladini. Catalogo della mostra, op. cit. pp. 15, 19, 20.

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CHI ERA WILLY BECK? OMAGGIO ALL’ UOMO, ALL’ AMICO, ALLO STUDIOSO

Al mondo della didattica e della cultura, di nuova generazione, del Piemonte e/o a chi si è avvicinato solo di recente al variegato panorama della Storia dell’arte, quello di Willy Beck suonerà “nuovo” come nome proprio di persona .

E, come recita il titolo, la domanda sorgerebbe spontanea:
«Chi era Willy Beck

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Ecco, bastano davvero poche note biografiche per farsene rapidamente un’idea!

Nato a Torino nel 1952, si laureò in lettere nel 1985 con una tesi in Storia della critica d’arte su Carlo Ludovico Ragghianti, relatore Gianni Carlo Sciolla.
Sul finire degli anni Ottanta si dedicò per oltre un ventennio e con indiscusso rigore metodologico alla didattica, all’allestimento di mostre monografiche di artisti contemporanei, alla stesura di cataloghi e all’attività di conferenziere, collaborando, non ultimo, con le maggiori istituzioni museali del capoluogo piemontese, quali il Centro Pannunzio, gli Amici del Museo di Antichità, il Museo S. Accorsi, Palazzo Bricherasio e Casa Zuccala di Marentino.
Insegnò “meravigliosamente” (l’avverbio è d’obbligo in questo caso) Storia dell’arte a Ivrea, Castellamonte Canavese e Torino, integrando la sua attività di docente alla promozione della, di lui, rinomata Associazione culturale “Gli amici di Willy”.
Credo che queste brevi battute bastino a tracciare l’alto profilo professionale dell’uomo, dello studioso e del “caro” amico che ho avuto, come tanti, il privilegio (poiché questo è il termine più appropriato), di conoscere, frequentare ed “elogiare” nel corso di tre anni – pochi, troppo pochi, ma inequivocabilmente indelebili – prima della prematura e innatesa scomparsa in quel triste 12 agosto 2011 all’età di 59 anni.
Non ho nessuna intenzione di ricordare la sequenza di quell’evento doloroso e dal sapore ancora amaro sulle labbra.
Intendo, piuttosto, ricordare ciò che era e rappresentava per ciascuno che con lui condivideva l’incondizionata passione per l’Arte e l’altrettanto incondizionato amore per la vita.
Ognuno, a proprio modo, ne custodisce gelosamente e intimamente il ricordo, a sua volta, costellato di immagini, parole, sguardi, sorrisi e intuizioni.
Il mio o almeno, fra gli innumeroli archiviati, quello di più viva ed educativa memoria è quanto segue.

Era il mio secondo giorno in quella che sarebbe divenuta la mia città adottiva e il primo da supplente di Storia dell’Arte in un Liceo Artistico del centro storico torinese. Proprio lì, a pochi passi (caso o fato vollero) dalla caserma ove mio padre, appena 46 anni prima, aveva prestato leva e i cui tanti divertenti e curiosi aneddoti tornavano, ora, ad affollare la mia mente in quella tiepida alba di lunedì, mentre a passo svelto mi accingevo a fronteggiare timidamente la veste superba della Gran Madre, al di là del Po.
Presi servizio e conobbi le classi secondo il rituale (anche se per me era, piuttosto, “iniziazione” del comune rituale) e le ore trascorsero spedite.
Mi recai in sala docenti, sempre timidamente, e fu qui che lo vidi per la primissima e folgorante volta.
Mi si avvicinò con quel sorriso sempre acceso sul volto e con quel suo modo affabile, accompagnato da un timbro vocale modulatamente caldo. Fece gli onori di casa, come galateo vuole verso i nuovi colleghi, e si mise da subito a totale disposizione per eventuali chiarimenti e delucidazioni relativi alla programmazione e alle scadenze in seno al dipartimento.
E le sue non furono solo promesse verbali, ma concrete e instancabilmente rinnovate ogni volta senza alcuna remora, senza falsa cortesia di alcun genere.

Io, neo-supplente inesperto, seppur entusiasticamente coinvolto nella complessa missione assunta, non ebbi meno il suo prezioso sostegno, la sua, oggi più che mai, compianta presenza e il suo quotidiano «Filippo! Ciao caro!»

Dicevo, tante, troppe le immagini di quell’anno scolastico pienamente condiviso con colui che affettuosamente chiamavo “Maestro”.
Ma fra tutte, fu una quella più carica di valore etico – educativo che in sintesi voglio ricordare.
Durante un intervallo uscii nel cortile interno dell’istituto per i famosi dieci minuti d’aria e, come sovente mi capitava di notare, Willy se ne stava eretto e fermo con tutta la possenza fisica di cui era dotato; il capo chino sull’ennesimo catalogo di una delle tante mostre allestite in città.
Ingenuamente,oggi direi stupidamente, mi avvicinai e sorridente improvvisai:
«Willy caro, come al solito studi! Ma un uomo del tuo spessore culturale ha ancora bisogno di far questo?»
Furono le mie ultime parole famose! Staccò per pochi istanti gli occhi dal testo e gelandomi mi rispose: «Caro Filippo, il giorno che deciderai di non studiare più vorrà dire che dovrai cambiare professione. Ricordati, caro, non devi smettere mai di studiare!»
Questo è il più inestimabile degli insegnamenti lasciatimi in eredità da questo grande uomo, geniale studioso, gentile amico.
Willy Beck fu questo… e altro ancora: uno spirito libero dotato di una semplicità disarmante.
In una delle ultime occasioni in cui potei godere della sua compagnia, ricordo, eravano a cena in un locale e rivolgendosi a mia moglie chiese gentilmente:
«Agata, quando verrò a cena da voi, mi faresti, cortesemente, la pasta con le sarde?»

Non di rado,quando le cose non vanno come previsto,alzo gli occhi e ho come la sensazione di udirlo ripetermi ancora: «Ciao caro!»

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Ed è in quell’attimo che trovo l’input per credere ancora alla causa che ho voluto così tenacemente sposare e per cui, come altri, mi spendo come posso, con tutti gli inevitabili limiti del caso.

Questo scritto vuole essere il mio umile omaggio a colui che mi ha lasciato in eredità un patrimonio senza tempo e a cui attingo fedelmente ogni giorno nella sola maniera che mi è concessa.

N.B.Ringrazio sentitamente la cara amica Patrizia, sorella di Willy, per avermi permesso, con il garbo e il calore che da sempre la contraddistinguono, di redigere e pubblicare questo umile ma doveroso articolo, augurandole, altresì, tutto il bene di cui avrà bisogno.

(FIlippo Musumeci)