Tutta la magia di Leonardo ritrovata

L’Adorazione di Leonardo torna ad essere visibile ai visitatori degli Uffizi. Opera incompiuta che tuttavia ci dice molto, e adesso ancor di più, del modo di operare del grande maestro rinascimentale. L’evento legato alla fine dei restauri si avvia al termine, Il cosmo magico di Leonardo da Vinci: l’Adorazione dei Magi restaurata , sarà visibile fino al 24 settembre.

Gli Uffizi, Firenze

 

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I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A PIETER BRUEGEL IL VECCHIO

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A PIETER BRUEGEL IL VECCHIO

(Breda, 1525/1530 circa – Bruxelles, 5 settembre 1569) nell’anniversario della morte.

“La missione del Bruegel è di sopprimere il dualismo creatore-creato, respingendo ogni forma e ogni ente celeste, egli opera la sintesi della natura e dell’anima umana, e codesta natura nuova porta ormai in se stessa il proprio principio vitale”.
(Charles de Tolnay, “Pierre Bruegel l’Ancien”, 1935)

PIETER BRUEGEL IL VECCHIO

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A CASPAR DAVID FRIEDRICH

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A CASPAR DAVID FRIEDRICH

(Greifswald, 5 settembre 1774 – Dresda, 7 maggio 1840) nell’anniversario della nascita.

“Chiudi il tuo occhio fisico, al fine di vedere il tuo quadro con l’occhio dello spirito. Poi dai alla luce ciò che hai visto durante la notte, affinché la tua visione agisca su altri esseri dall’esterno verso l’interno”.
(Caspar David Friedrich)

CASPAR DAVID FRIEDRICH

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A FREDDIE MERCURY 

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A FREDDIE MERCURY

Cari lettori,
magari vi chiederete perché mai omaggiare in un blog di Arti Visive colui che fu l’intramontabile Frederick Farrokh Bulsara, ovvero Freddie Mercury, leader, frontman e anima della storica band britannica dei Queen, nel giorno in cui se ne ricorda la nascita, avvenuta 71 anni fa (Zanzibar, 5 settembre 1946 – Londra, 24 novembre 1991).
I motivi sono molteplici, ma qui riassumibili in tre punti chiave:

1) Freddie si laurerò in Design e Arti Grafiche nel 1969 presso il College of Art di Londra e a lui si deve l’ideazione grafica delle copertine degli album studio (con diretti richiami al mondo della Storia dell’Arte) nonché la realizzazione del logo dei Queen contenente un profondo significato allegorico e ispirato ai segni zodiacali dei quattro elementi della band: le due Vergini (Freddie), il Cancro (Brian May) e i due Leoni (Roger Taylor e John Deacon) fanno cerchio attorno alla “Q” fiammeggiante, entro la quale trionfa la corona regale. Completa la scena la grande araba fenice con le ali spiegate (simbolo di speranza e di rinascita) a perenne protezione delle ambizioni della storica band britannica.
2) Freddie conseguì gli studi artistici con tenacia al fine di avviare una carriera professionale nel campo delle Arti Grafiche, e solo in un secondo momento decise di avventurarsi nell’universo stellato dello show business. Esistono tutt’oggi presso collezioni private lavori autografi dell’artista dal taglio realistico e dalle sorprendenti qualità tecniche di alto profilo.

3) Mi si perdoni l’affermazione! Freddie fece della sua Arte un originalissimo e insuperabile capolavoro di stile, eclettismo e versatilità.

 

Inoltre, è notizia di pochi giorni fa, dopo un’attesa ventennale è in lavorazione il tanto atteso biopic sulla “Regina del Rock”, previsto nelle sale nel 2018 e il cui titolo ricorderà il celeberrimo brano “Bohemian Rhapsody“, composto da Mercury nel 1975 per l’album “A Night at the Opera”, dello stesso anno. La pellicola biografica sarà diretta dal regista Brian Singer, affiancato dai produttori Jim Beach e Graham King e dallo sceneggiatore Justin Haythe, mentre toccherà a Rami Malek, giovane attore di successo grazie alla serie TV Mr. Robot e vincitore di un Golden Globe, il difficile compito di impersonare la figura istrionica ed eclettica dell’istrionico cantante, prematuramente scomparso per AIDS a Londra il 24 novembre 1991 alle ore 18.48 a soli 45 anni.

Qui il link del biopic:

http://www.virginradio.it/news/rock-news/237388/queen-annunciato-il-cast-completo-del-film-bohemian-rhapsody-scopri-gli-attori.html

Ergo,chiediamo venia nell’omaggiare un Artista che fu più di una semplice Rockstar.

Come lui stesso confessò in un’intervista: “Non diventerò una stella, diventerò una leggenda!” (Freddie Mercury)

Filippo Musumeci

 

FREDDIE MERCURY

IL FASCINO DELLA TELA PIU’ GRANDE DEL MONDO: IL GENIO DI GIOVAN ANTONIO FIUMANI NELLA CHIESA DI SAN PANTALON A VENEZIA

IL FASCINO DELLA TELA PIU’ GRANDE DEL MONDO: IL GENIO DI GIOVAN ANTONIO FUMIANI NELLA CHIESA DI SAN PANTALON A VENEZIA

di Sara Biancolin

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Può apparire alquanto bizzarro che un capolavoro dell’arte venga custodito all’interno di un edificio a primo impatto  anonimo e scialbo: è quanto, tuttavia, ci si trova di fronte se si visita la chiesa di San Pantalón a Venezia.

Proprio qui il nome di tale santo ebbe notevole risalto nel corso dei secoli, tanto che Pantaleone, oltre a divenire un nome comune, fu anche l’appellativo con cui divenne nota una maschera della Commedia dell’Arte: quella di Pantalon de’ Bisognosi, un anziano mercante che aspira alla scaltrezza ma che viene, ahimè, puntualmente ingannato dalle altre maschere di turno, fra le quali quella di Arlecchino. La tipica maschera di Pantalon indossa una lunga veste nera, una maschera dal lungo naso aquilino, babbucce alla turca e lunghi calzoni, da cui probabilmente il termine “pantalone”, che pare fosse un elemento di abbigliamento comunemente indossato dai primi popolani veneziani.

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La maschera di Pantaleone dunque, emblema della città di Venezia, divenne assai popolare in quanto portava in scena l’elemento della tradizione, tanto amato dai veneziani (definiti essi stessi “pantaloni”), affiancando il significato tardo e profano del nome ‘Pantaleone’ a quello della sua più antica dimensione sacra.

Tornando al nostro sito d’interesse storico-artistico: le origini della chiesa di San Pantalon vantano un passato millenario, che risalirebbe addirittura al 1009 e l’unica sua immagine antica di cui abbiamo testimonianza risulta essere quella contenuta all’interno della pianta cinquecentesca di Jacopo de’ Barbari, in cui è possibile individuare il carattere ancora gotico a tre navate della costruzione.

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Nascosto fra le case e le decine di calli che si diramano, talvolta tortuosamente, fino a raggiungere le sponde del Canal Grande, il piccolo edificio semi-sconosciuto, ora in stile barocco, fa capolino quasi inaspettatamente all’estremità di una ariosa piazzetta in Sestriere Dorsoduro (una delle sei sezioni in cui è suddivisa la città di Venezia). Si deve forse all’incompiutezza della facciata il suo carattere impersonale e privo di qualsivoglia ornamentazione: ricostruita fra il 1668 e il 1686 sulla base del progetto di Francesco Comin, esternamente si presenta in semplice cotto (ad eccezione delle cornici del portale e delle due porte laterali) con una sola apertura sulla facciata di forma semicircolare e presenta inoltre un piccolo campanile alto 46 metri, a pianta quadrata e con aperture a serliana. La chiesa venne consacrata nel 1745 dal patriarca cattolico Alvise Foscari.

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È l’interno a giocare un forte contrasto con quanto osservato sinora: la ricchezza di decori policromi invade l’unica navata e le sei piccole cappelle laterali, per poi culminare nell’altare maggiore seicentesco di ispirazione palladiana, opera dell’architetto di origine svizzera Giuseppe Sardi. Nulla tuttavia è paragonabile alla magnificenza che si ammira non appena si volge lo sguardo in direzione del soffitto: quello che a prima vista può apparire null’altro che un affresco ben riuscito è in realtà una sbalorditiva opera di sorprendente  abilità, un dipinto mastodontico eseguito ad olio su tela, che, con i suoi 443 metri quadrati, è considerata in assoluto la più grande al mondo. L’impatto è notevole e l’osservatore non può non sentirsi per qualche istante sopraffatto dalla vista e direttamente coinvolto nell’esperienza totalizzante di uno scenario prospettico, fra mille figure che troneggiano posate sulle architetture o che fluttuano in aria allontanandosi via via a perdita d’occhio in uno scenario trompe-l’oeil che sembra proseguire oltre il limite fisico dello spazio reale.

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Si tratta dello stupefacente “Martirio di San Pantalon“, opera del maestro veneziano Gian Antonio Fumiani (pittore specializzato nella realizzazione di scenografie teatrali e negli scorci prospettici dal basso verso l’alto) che fra il 1680 e il 1704 ne ultimò la realizzazione appena in tempo, dal momento che dopo ben 24 anni di duro lavoro, l’artista morì cadendo da un’impalcatura e venne sepolto, in seguito, proprio in questa chiesa. Fonti alternative riportano tuttavia testimonianza di Fumiani, vivo, a distanza di 6 anni dalla conclusione dell’opera.

L’eccezionale dipinto è in realtà composto da 40 tele unite fra loro e montate su un’unica tavola: si tratta del cosiddetto telèro, supporto pittorico tipicamente utilizzato nell’arte veneziana che si degrada in misura molto minore rispetto al più comune affresco e presenta una maggior resistenza al clima umido lagunare. L’opera ripercorre i momenti della morte e dell’assunzione al cielo di San Pantaleone di Nicomedia in Bitinia, medico presso la corte di Massimiano e martire fra il 305 e il 310 a causa di spietate persecuzioni contro i cristiani. San Pantaleone, martirizzato a seguito di accuse di magia e inspiegabili guarigioni da lui compiute, è posto al centro della scena mentre viene accolto da Gesù nel Paradiso ed è circondato da angeli in festa, ghirlande, palmizi e strumenti musicali; nella parte sottostante, ecco profilarsi le figure dei dodici apostoli, distribuiti a due a due al di sopra delle arcate che conducono alle cappelle, mentre agli angoli della controfacciata spiccano le quattro Virtù Cardinali (Fortezza e Temperanza a destra, Giustizia e Prudenza a sinistra) e a quelli del presbiterio le tre Virtù Teologali (la Speranza, addossata a un’ancora; la Fede, reggente un calice; la Carità, abbracciata a un bambino).

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Sul lato destro si apre la scena del giudizio di Pantaleone: qui il martire, ritratto in tutto il suo luminoso splendore nell’atto di chiedere perdono per i suoi stessi carnefici, ascolta la definitiva condanna da parte dell’imperatore Diocleziano (il personaggio seduto in trono avvolto da un mantello di colore rosso), che gli assegna una lunga serie di tormenti: fra questi, la condanna al rogo, l’immersione nel piombo fuso, l’immersione in mare con una pietra legata al collo, l’esposizione alle fiere. Una voce, proprio nell’istante precedente la sua morte, avrebbe risuonato dall’alto con queste parole: «Non sarai chiamato più Pantaleone, ma il tuo nome sarà Panteleimone, il misericordioso, colui che ha pietà di tutti […] sarai rifugio dei tribolati, protettore di chi soffre, medico dei malati…»; Panteleimone è infatti il nome con il quale il santo è venerato in Oriente (Panteleemon in lingua greca indica colui che di tutti ha compassione), mentre in Occidente si continua a fare fede al suo appellativo originario.

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Nella scena a sinistra, invece, i carnefici sono contraddistinti da una serie di oggetti che recano in mano (una corda, un bastone, un uncino), utilizzati per i numerosi martiri a cui fu sottoposto Pantaleone, che qui è sorretto nei suoi ultimi istanti di vita dalla Fede e dalla Speranza, mentre al di sotto troviamo, vinte e deluse, le personificazioni dell’Orgoglio e del Furore; sul lato opposto sono invece ritratte la Giustizia (raffigurata con una bilancia) e la Pace (accompagnata da un ramo di ulivo).

Un altro interessante riferimento alla vittoria sul male è presente anche sulla parte destra nella scena centrale della tela, ove un angelo con la spada punisce un gruppo di diavoli, mentre il grande angelo verso il presbiterio che fuoriesce dall’arcata e reggente un ramo di giglio nella mano destra e la palma del martirio nella sinistra è un chiaro invito al sacramento dell’Eucaristia che ha luogo nell’ambiente della chiesa sottostante.

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Il tema della figura del martire si sviluppa inoltre attraverso ulteriori opere collocate all’interno della chiesa: dal “San Pantaleone in prigione“, opera dello stesso Fumiani, al “San Pantaleone risana il fanciullo“, di Paolo Veronese (1587), che assieme alla tela del LazzariniSan Pantaleone guarisce gli infermi” (1702) decorano la seconda cappella laterale, dedicata anch’essa al martire di Bitinia.

© Riproduzione riservata

 

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