Un dono

Man Ray, Cadeau, 1921 e repliche

È stato un giorno concitato e pieno di entusiasmo sia per me che per il mio collega Filippo, che tanto impegno e ardore sta mettendo in questo sogno che si trasforma in realtà. I nostri discorsi oggi avevano un segno particolare, vertevano sulla gentilezza e sul dono gratuito e speciale che gli appassionati autori di blog che consideriamo nostri modelli hanno fatto a noi che abbiamo appena iniziato a sperimentare questa forma di condivisione e comunicazione.
Con questo post vogliamo ringraziare per la loro generosità:
Kunst
Mostre-rò
Didatticarte
L’Arte è gioco, è offerta generosa di sé, è soprattutto dono…Cadeau…Man Ray.
Opera a dimensione umana, realizzata con impulso autentico e assoluta libertà. Opera pregna di significati e di possibilità, in bilico tra Surrealismo e Dadaismo, capace di dare nuovo significato ad un umile oggetto quotidiano, di trasformare la prosa in poesia e in sogno immaginifico.
La magia di un Dono. Grazie

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ARS GRATIA ARTIS. L’utilità della Storia dell’ Arte agli occhi della giovane Chiara Rubeo.

ARS GRATIA ARTIS.

L’utilità della Storia dell’ Arte agli occhi della giovane studentessa Chiara Rubeo.

di FIlippo Musumeci e Chiara Rubeo

Lo scrittore francese Stendhal asseriva che “il bello non è se non la promessa della felicità”.
Ma cosa s’intende per “bello” e cosa per “felicità”?

Fiumi d’inchiostro stesi sin dall’antichità greca al fine di offrire esaustiva speculazione ai due concetti astratti, di generazione in generazione, tra i più “comodamente” usuali  della lingua parlata e scritta.

Parafrasando Platone: «il bello è lo splendore del vero» e il “vero” è l’idea,vale a dire la forma autentica della realtà certa e immutabile, quella forma di cui non si può dire per nessun motivo che sia errore ed opinione. (Repubblica).

Featured imageSecondo il pensiero greco, il “bello” interessa sia la sfera prettamente sensibile (formale ed estetico), quanto quella intelligibile (ontologica e morale). Da questa duplicità nascerebbe il concetto di “Bello ideale”, ovvero l’ideale di perfezione dato dall’unità del “bello” e del “bene” (buono), noto come “Kalos kai agathòs”.

POLI

Per comprendere, poi, la “felicità” giunge in nostro soccorso Seneca, per il quale essa è: «un dono proprio di un animo libero, elevato,intrepido e costante,lontano da timori e desideri, per il quale l’unico bene è l’onestà e l’unico male la disonestà» (La felicità).

Le affascinanti e sottili sfumature concettuali, brevemente accennate sopra, sono il fondamento stesso del pensiero occidentale, insito nell’evoluzione spazio-temporale delle Arti definite “visive”, materia di studio della Storia dell’Arte.

Ora – potendo “oscurare” (e sarebbe una santa cosa!) l’esercito dei “parassiti” che infetta l’intero globo, al pari di un virus letale, con tutto il suo seguito di oscena superficialità – per chi di dovere, ossia per chi ha ostinatamente saputo innalzare la Storia dell’Arte agli altari della gloria, dandole degna celebrazione e proclamandola principio e fine della propria esistenza, è consolidata consuetudine dover chiarire l’utilità, o meglio la necessità, di apprenderne la dovuta conoscenza. Penso a quei pilastri della critica d’arte (l’elenco è praticamente infinito) senza i quali mancherebbe il codice di lettura iconografico-iconologico.
Ma quando ciò viene, piuttosto, lucidamente chiarito da una studentessa di Terza (oggi Quarta) Liceo Classico, da poche settimane, or sono, partecipe del nuovo corso curricolare, beh, a mio dire, la musica cambia!
Questa, difatti, è composta da sonorità che hanno un’origine lontana e ben diversa da quella più propriamente editoriale e accademicamente impegnata sul campo.
Sorprende e commuove (specie di questi amari tempi) quanto l’ethos di un essere, appena apertosi a quel regno incantato, che è l’Arte, sappia far vibrare le corde più recondite dell’animo, intuendo da sé quanto ogni pietra scolpita abbia una “verità” da svelare, quanto ogni dipinto una “felicità” da consegnare, quanto ogni opera un “bello” da eternare.
Non credete alle mie parole? Allora l’invito è di leggere attentamente quanto composto (a mia insaputa e con sincero stupore) da una mia alunna, Chiara Rubeo, per la pagina del Giornalino scolastico del Liceo “Filippo Juvarra” di Venaria Reale.

Ars gratia artis
(l’arte per l’arte)
«Non studiare la Storia dell’Arte nascendo e crescendo in Italia è una contraddizione storica, culturale e quasi genetica che non possiamo assolutamente permetterci».

È risoluta Stefania Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione, nel difendere una delle materie che nel sistema scolastico italiano hanno subito in maniera particolare tagli e indifferenza. Oggi, però, le sorti di questa disciplina sembrano potersi risollevare grazie alla riforma presentata dal governo Renzi, che promette di ripristinarne le ore e potenziarne l’insegnamento. (promessa non mantenuta!! n.d.r.)
Ma che significato assume oggi lo studio dell’Arte?
Innanzitutto è un modo per seguire da vicino l’evoluzione dell’immaginario umano, che si trasforma in relazione al gusto, alla percezione, all’estetica. All’interno di una realtà in continua evoluzione, l’Arte è la traccia indelebile che l’uomo lascia della sua esistenza alle generazioni future.

CASO


Lo spirito artistico è innato nell’essere umano: la creatività si manifesta prima che egli impari a esprimersi per mezzo della lingua , realizzando le prime immagini rupestri al fine di soddisfare l’esigenza istintiva di trasmettere e condividere la propria visione della realtà.

CH L’Arte è, quindi, comunicazione. Inoltre, è un vero e proprio linguaggio fatto di emozioni suscitate, capace di esprimere la forza, la profondità e la purezza di concetti non descrivibili a parole.
L’Arte insegna a confrontare e a mettere in discussione le proprie opinioni: è il risultato di un processo che, partendo dall’osservazione della realtà, attraverso la scomposizione e la rielaborazione delle immagini, la ricerca e l’espressione dell’io, contribuisce alla comprensione della realtà.

GUARINI L’Arte è forza rivoluzionaria, capace di muovere ideologie e masse. L’Arte è denuncia. Ma prima di tutto è potenza del pensiero umano, purezza spirituale, universale e immortale. Riguarda tutti gli uomini, a maggior ragione noi italiani, figli, non a caso, del Bel Paese.

(Chiara Rubeo)

N.B. Converrete con me che la ragazza ha le idee decisamente “chiare”! E, magari, queste sue felici riflessioni potranno “dare una mano” a chi avesse dubbi in merito all’utilità (o no) della Storia dell’Arte, quale disciplina curricolare per il corpo studentesco.

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CHI ERA WILLY BECK? OMAGGIO ALL’ UOMO, ALL’ AMICO, ALLO STUDIOSO

Al mondo della didattica e della cultura, di nuova generazione, del Piemonte e/o a chi si è avvicinato solo di recente al variegato panorama della Storia dell’arte, quello di Willy Beck suonerà “nuovo” come nome proprio di persona .

E, come recita il titolo, la domanda sorgerebbe spontanea:
«Chi era Willy Beck

Featured image

Ecco, bastano davvero poche note biografiche per farsene rapidamente un’idea!

Nato a Torino nel 1952, si laureò in lettere nel 1985 con una tesi in Storia della critica d’arte su Carlo Ludovico Ragghianti, relatore Gianni Carlo Sciolla.
Sul finire degli anni Ottanta si dedicò per oltre un ventennio e con indiscusso rigore metodologico alla didattica, all’allestimento di mostre monografiche di artisti contemporanei, alla stesura di cataloghi e all’attività di conferenziere, collaborando, non ultimo, con le maggiori istituzioni museali del capoluogo piemontese, quali il Centro Pannunzio, gli Amici del Museo di Antichità, il Museo S. Accorsi, Palazzo Bricherasio e Casa Zuccala di Marentino.
Insegnò “meravigliosamente” (l’avverbio è d’obbligo in questo caso) Storia dell’arte a Ivrea, Castellamonte Canavese e Torino, integrando la sua attività di docente alla promozione della, di lui, rinomata Associazione culturale “Gli amici di Willy”.
Credo che queste brevi battute bastino a tracciare l’alto profilo professionale dell’uomo, dello studioso e del “caro” amico che ho avuto, come tanti, il privilegio (poiché questo è il termine più appropriato), di conoscere, frequentare ed “elogiare” nel corso di tre anni – pochi, troppo pochi, ma inequivocabilmente indelebili – prima della prematura e innatesa scomparsa in quel triste 12 agosto 2011 all’età di 59 anni.
Non ho nessuna intenzione di ricordare la sequenza di quell’evento doloroso e dal sapore ancora amaro sulle labbra.
Intendo, piuttosto, ricordare ciò che era e rappresentava per ciascuno che con lui condivideva l’incondizionata passione per l’Arte e l’altrettanto incondizionato amore per la vita.
Ognuno, a proprio modo, ne custodisce gelosamente e intimamente il ricordo, a sua volta, costellato di immagini, parole, sguardi, sorrisi e intuizioni.
Il mio o almeno, fra gli innumeroli archiviati, quello di più viva ed educativa memoria è quanto segue.

Era il mio secondo giorno in quella che sarebbe divenuta la mia città adottiva e il primo da supplente di Storia dell’Arte in un Liceo Artistico del centro storico torinese. Proprio lì, a pochi passi (caso o fato vollero) dalla caserma ove mio padre, appena 46 anni prima, aveva prestato leva e i cui tanti divertenti e curiosi aneddoti tornavano, ora, ad affollare la mia mente in quella tiepida alba di lunedì, mentre a passo svelto mi accingevo a fronteggiare timidamente la veste superba della Gran Madre, al di là del Po.
Presi servizio e conobbi le classi secondo il rituale (anche se per me era, piuttosto, “iniziazione” del comune rituale) e le ore trascorsero spedite.
Mi recai in sala docenti, sempre timidamente, e fu qui che lo vidi per la primissima e folgorante volta.
Mi si avvicinò con quel sorriso sempre acceso sul volto e con quel suo modo affabile, accompagnato da un timbro vocale modulatamente caldo. Fece gli onori di casa, come galateo vuole verso i nuovi colleghi, e si mise da subito a totale disposizione per eventuali chiarimenti e delucidazioni relativi alla programmazione e alle scadenze in seno al dipartimento.
E le sue non furono solo promesse verbali, ma concrete e instancabilmente rinnovate ogni volta senza alcuna remora, senza falsa cortesia di alcun genere.

Io, neo-supplente inesperto, seppur entusiasticamente coinvolto nella complessa missione assunta, non ebbi meno il suo prezioso sostegno, la sua, oggi più che mai, compianta presenza e il suo quotidiano «Filippo! Ciao caro!»

Dicevo, tante, troppe le immagini di quell’anno scolastico pienamente condiviso con colui che affettuosamente chiamavo “Maestro”.
Ma fra tutte, fu una quella più carica di valore etico – educativo che in sintesi voglio ricordare.
Durante un intervallo uscii nel cortile interno dell’istituto per i famosi dieci minuti d’aria e, come sovente mi capitava di notare, Willy se ne stava eretto e fermo con tutta la possenza fisica di cui era dotato; il capo chino sull’ennesimo catalogo di una delle tante mostre allestite in città.
Ingenuamente,oggi direi stupidamente, mi avvicinai e sorridente improvvisai:
«Willy caro, come al solito studi! Ma un uomo del tuo spessore culturale ha ancora bisogno di far questo?»
Furono le mie ultime parole famose! Staccò per pochi istanti gli occhi dal testo e gelandomi mi rispose: «Caro Filippo, il giorno che deciderai di non studiare più vorrà dire che dovrai cambiare professione. Ricordati, caro, non devi smettere mai di studiare!»
Questo è il più inestimabile degli insegnamenti lasciatimi in eredità da questo grande uomo, geniale studioso, gentile amico.
Willy Beck fu questo… e altro ancora: uno spirito libero dotato di una semplicità disarmante.
In una delle ultime occasioni in cui potei godere della sua compagnia, ricordo, eravano a cena in un locale e rivolgendosi a mia moglie chiese gentilmente:
«Agata, quando verrò a cena da voi, mi faresti, cortesemente, la pasta con le sarde?»

Non di rado,quando le cose non vanno come previsto,alzo gli occhi e ho come la sensazione di udirlo ripetermi ancora: «Ciao caro!»

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Ed è in quell’attimo che trovo l’input per credere ancora alla causa che ho voluto così tenacemente sposare e per cui, come altri, mi spendo come posso, con tutti gli inevitabili limiti del caso.

Questo scritto vuole essere il mio umile omaggio a colui che mi ha lasciato in eredità un patrimonio senza tempo e a cui attingo fedelmente ogni giorno nella sola maniera che mi è concessa.

N.B.Ringrazio sentitamente la cara amica Patrizia, sorella di Willy, per avermi permesso, con il garbo e il calore che da sempre la contraddistinguono, di redigere e pubblicare questo umile ma doveroso articolo, augurandole, altresì, tutto il bene di cui avrà bisogno.

(FIlippo Musumeci)

Pietro Novelli, il Monrealese: un pittore “provinciale”?

Pietro Novelli, il Monrealese: un pittore “provinciale”?

di Filippo Musumeci

Chi ha studi filosofici alle spalle (io no, purtroppo) insegna che Immanuel Kant, nella sua “Critica del giudizio” (1790), asserisca quanto i giudizi estetici siano giudizi riflettenti di finalità soggettiva, in cui cioè la finalità sembra essere rivolta al soggetto. Uhm, non sarebbe male riprendere “adeguatamente” in mano questa pietra miliare della filosofia moderna!! In parole povere – correggetemi se sbaglio – il bello non è una qualità oggettiva (propria) delle cose, poiché non esistono oggetti belli di per sé, ma è il singolo individuo ad attribuire tale caratteristica all’opera d’arte. Ora, quante volte siamo stati portati a subire l’influenza di un giudizio estetico espresso da un individuo socialmente autorevole, al punto tale da vivere un divario interiore, un acerrimo scontro di vedute tra il nostro, di giudizio (maturato e limato lentamente), e quello austeramente impostoci da altra fonte? Non so voi, a me qualche volta è successo! Ma arriviamo al dunque senza troppi giri inutili di parole, con le quale, poi, non vado certo a nozze. Sarà stato nel febbraio 2003 quando, giunto felicemente al termine del terzultimo esame universitario, ricevetti dalla prof. del corso il severo giudizio “estetico” sull’arte di Pietro Novelli detto il Monrealese (Monreale, 2 marzo 1603 – Palermo, 27 agosto 1647), definito nell’occasione come un “provinciale” di cui in passato si era detto e scritto più del dovuto e dei reali meriti. Ricordo la disapprovazione e la collera, trattenute a fatica, in quell’affiorante divario interiore, prima succitato, a causa del quale, poi, lasciando la sede a capo chino e  “coda tra le gambe” (avevo alternative?), non godetti neppure del sollievo post-esame e del meritato riposo durante la notte insonne che amaramente ne seguì. Sì, perché a me era stato, piuttosto, insegnato dalla storiografia e dalle spasmodiche visite palermitane al cospetto delle sue tele (disseminate ovunque in città), che la pittura del Monrealese tutto fu tranne che “provinciale”; che fu il massimo interprete nell’isola del Seicento barocco, erede della novità espressive caravaggesche e vandyckiane; che fu osannato dai mecenati insulari (e non solo) a lui contemporanei, i quali facevano a gare per averne un’opera autografa.

LAA006537Pietro Novelli, S. Benedetto distribuisce i pani o S. Benedetto distribuisce la «Regula» sotto forma di pane agli ordini cavallereschi e religiosi; 1635; olio su tela; 380 x 520 cm. Abbazia Benedettina di Monreale (PA) – parete destra dello Scalone.

2hg64hlPietro Novelli, San Pietro in carcere liberato dall’Angelo. Olio su tela, sec. XVII. Palermo, Galleria Regionale della Sicilia, Palazzo Abatellis.

Diamine! Possibile sia vera (in barba al furor di popolo), questa storia sul “provinciale”? Possibile che le opere del Monrealese, custodite anche fuori dei confini isolani (Roma, New York, Prado, San Pietroburgo), siano, in fondo, da considerarsi più per il loro valore storico anziché artistico? Possibile, in definitiva, debba accantonare la mia idea a tal proposito e abbracciarne un’altra, ahimè, più amara, ma, forse, veritiera? Ma la notte, seppur insonne, porta consiglio…E che consiglio!! Ricordavo di aver masticato qualcosa circa l’errato giudizio formulato nell’arco del Novecento dalla critica isolana e della superficialità attraverso la quale erano state indagate le componenti stilistiche del Novelli. Il giorno seguente mi recai trafelato alla Biblioteca Universitaria di Catania di p.zza Università. Chiesi in prestito alla allora gentilissima direttrice, di cui serbo superbo ricordo, i due voluminosi cataloghi relativi alle monografiche palermitane: • Guido Di Stefano, Pietro Novelli, il Monrealese, prefazione di Giulio Carlo Argan. Catalogo delle opere e repertori a cura di Angela Mazzè, Flaccovio, Palermo, 1989. • AA. VV., Pietro Novelli e il suo ambiente, catalogo della mostra, Palermo, Albergo dei Poveri, 10 giugno – 30 ottobre 1990, Regione Siciliana, assessorato Regionale dei Beni Culturali ambientali e della Pubblica Istruzione, Flaccovio, Palermo, 1990.

094Pietro Novelli, S. Benedetto distribuisce la «Regola» agli ordini monastici e cavallereschi; 1635;olio su tela; 520×340;  Monastero di S. Martino delle Scale (Monreale  – PA), Chiesa dell’Abbazia.

novelli

Pietro Novelli, L’elezione di S. Mattia all’apostolato; 1640 ca; olio su tela; 390×278; Chiesa dei Cappuccini; Leonforte (EN).

Ebbi risposta e conferma ai miei “neonati” , quanto insensati, dubbi circa il giudizio estetico emesso da altre fonti. Poiché tali risposta e conferma mi venivano gratuitamente ed esaustivamente fornite da due insigni studiosi del calibro di Giulio Carlo Argan e Guido Di Stefano, di cui si riporto il testo. Scusate se è poco!! E non credo di dover aggiungere altro, se vi pare!! «Di Stefano, che aveva mente e cultura europee, vide chiaramente qual’era il nodo dell’opera pittorica di Novelli: oltrepassare i limiti del manierismo provinciale del padre, risalire a fonti europee, a Van Dyck da un lato, agli spagnoli dall’altro. Di Van Dyck, che fu a Palermo proprio quando il giovane siciliano esordiva in pittura, colse e rivisse la qualità saliente, la “naturalità” artificiale, ma non perciò meno autentica, della ritualità o cerimonialità del costume sociale. E dacché non era come Van Dick, uomo di corte, Novelli praticò quel galateo appassionato e commosso nella pittura di chiesa: devota, sicuramente, ma anche garbatamente, sommessamente mondana. Formò su quella civilissima idea dell’arte anche la concezione ch’ebbe di Palermo e del suo sviluppo: l’arte, nel suo concetto, era anche modello, esortazione, al viver civile» (Giulio Carlo Argan, 1989, pp. VII-VIII). «Pietro Novelli entra a buon diritto nella schiera dei pittori rappresentativi della metà del Seicento. Di questo tempo egli possiede completamente il linguaggio ed attuando con esso gli occasionali compiti illustrativi esprime spontaneamente, nella maggior parte dei casi, il suo senso di un’umanità profonda e chiusa, in cui si realizza un valore universale e regionale al tempo stesso. Che egli possieda completamente il linguaggio espressivo del suo tempo ce lo rivela facilmente l’esame delle opere, sicché se egli è un isolato in quanto non esce da una scuola e non ne inizia propriamente un’altra, non lo è affatto per quanto riguarda la sua formazione culturale artistica. Partecipano infatti ad essa tutte le correnti pittoriche: dalla scuola napoletana giungono a lui l’eclettismo accademico, il neovenezianismo ed il caravaggismo della prima e della seconda maniera; dai contatti col Van Dick e forse col Velazquez vengono a lui i risultati che la nuova pittura europea trae per magica alchimia dagl’insegnamenti veneziani, dall’esperienza italiane e dalle tradizioni locali. Come sempre, anche in lui, l’arte di Sicilia si nutrisce dell’arte del mondo; ma come sempre, essa trova in quest’aspetto prevalentemente ricettivo la radice del a sua sterilità. Così Pietro Novelli elaborò senza innovare, si espresse senza nulla insegnare. Ma se questo limita, com’ho detto in principio, il suo interesse storico, non ne intacca affatto quello estetico, ch’è correlativo solo all’espressività dell’artista. Ma di quale maestro fu egli più aperto seguace? Indubbiamente del Van Dick, a cui l’avvicinava quell’aristocratica inclinazione del temperamento che lo fa, in tono minore, compagno ideale di quei grandi artisti europei che furono gran signori e cortigiani di questo tempo: il Rubens, il Rembrandt, ed il Velazquez, oltre il Van Dyck. E poiché quest’accostamento, che si concreta nella predilezione per le forme nobili e per le calde luci brune, riposa su una fondamentale affinità di spirito e si realizzò storicamente nel periodo formativo dell’artista,m esso è appunto quello che sempre prevale e sempre riaffiora. […] Di tutti questi incontri stilistici e di questi moti interiori è frutto una pittura che è realistica e romantica al tempo stesso, precisa nell’analisi ed armoniosa nella sintesi, fusa in intonazioni calde e basse commiste con l’ombra, animata da un senso aristocratico distacco che invera una fondamentale austera malinconia. […] Fedele al suo tempo e a sé stesso, Pietro Novelli può dunque trovar posto tra gli artisti migliori del secolo, anche se la sua azione, per ragioni intrinseche ed estrinseche, per la sua natura ricettiva e per la sua localizzazione geografica, fu limitata nello spazio e nel tempo. Spazio e tempo che la vita di molte sue creature pittoriche supera nell’universalità ed eternità dell’arte». (Guido Di Stefano,1989, pp. 47, 53).

P.S. Fra non molto pubblicherò un post su un’opera del monrealese. Spero vogliate leggerlo e condividerlo. E Se andaste a Palermo visitate pure la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis e l’Oratorio del Rosario di San Domenico. Forse, anche il vostro giudizio sarà, come il mio,  “pro-Novelli”.

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“Le crude e taglienti visioni di Annalisa Gallo”

Correva l’anno scolastico 2009-10 quando, in toni deliziosamente cortesi e amicali, mi fu chiesto da Annalisa Gallo, giovane e talentuosa pittrice calabrese, di redigere il mio umile, disinteressato e sincero parere circa alcuni dei tanti lavori composti dalla stessa in un decennio di fervente attività creativa. Non nego di aver vissuto – anche se per un esiguo arco temporale – un avvilente timore, poi infondato (con mia grande gioia), per la paventata ipotesi di dovermi inoltrare entro un pastoso e fuorviante labirinto di diffuso astrattismo, al quale, tendenzialmente, si attribuisce valore più sul piano contenutistico che su quello prettamente iconografico.
Confesso alacremente di aver incespicato in un avventato quanto ridicolo passo falso! Poiché,qui sono le impressionanti creature della Gallo a imporsi con la loro forza e drammaticità.
I soggetti da lei eternati sono un felice connubio inscindibile di forma e contenuto, perfettamente incastrati e coesi alla stregua di tessere della più abile e nobile tradizione musiva, ove l’uso della rigorosa ricerca cromatica costituisce il reticolo entro cui spigolosi e chiaroscurali anatomie umane si profilano come figure geometriche scrupolosamente calcolate, immesse in altrettante studiate griglie prospettive con punto di vista rialzato e taglio fotografico volutamente ravvicinato.
Per esprimere l’intrinseco sentimento di cui è invasa la scena raffigurata non occorre affollarla di dovizia di particolari, poiché tutto appare lucidamente rivelato nel ristretto fotogramma immortalato quale tranche de vie, («fetta di vita») di una realtà sfaccettata e variopinta, al pari dei mutevoli stati d’animo scaturiti a ridosso delle più disperate vicissitudini.
E l’esaustiva risposta all’interrogativo supposto risiede nell’acuta e, a tratti, terrificante visione di una pittura riuscita sul piano tecnico-percettivo, memore della lezione espressionista europea di Ernst Ludwing Kiechner, Edvard Munch sino all’eredità inconscia di Oskar Kokoschka ed Egon Schiele, nelle cui opere l’incombere della morte è l’epilogo tragico di una concezione esistenziale violentemente denudata della più flebile delle speranze concesse all’uomo.
Tuttavia, è necessario munirsi d’una robusta armatura abilmente forgiata da mani sapienti per evitare l’inevitabile rapimento ottico e cardiaco persino del più distratto degli osservatori, magari, fosse solo per caso, postosi al cospetto di questi manufatti partoriti dallo sguardo caparbiamente introspettivo di un talento sensibile, a cui auspico l’impervia e amara via lungo la riconoscenza professionale abbia vita assai breve.
Il batik “Desiderio inconscio” è la terrificante immagine che sequestra il nostro sguardo, terrorizzandolo e costringendolo a svelare senza alcuna remora tutto il bagaglio delle nostre più intime e celate paure. I plastici contrasti chiaroscurali definiscono la tormentata e contratta figura dell’uomo dai profili taglienti e vetrosi come schegge che lampiscono, dominandolo, il fragile limite tra realtà e finzione.

1Ancora, fredde figure marmoree, fortemente scorciate e sintetizzate dall’incisiva graffiante linea di contorno: figlie legittime di quel realismo espressionista, dalla visione satiricamente grottesca e sociale, avente il suo capostipite in Honoré Daumier. Come il francese, anche qui l’autrice comunica la prova alta della sua arte attraverso una linea rapida e balenante che riproduce una realtà deformata grottescamente in funzione espressiva.
È il caso dell’opera “Crack” in cui il bianco-nero rispettivamente dello sfondo e del contorno sono il vuoto in cui impostare il giallo ambra di un’immagine priva d’ogni lieto anelito di libertà logica, precocemente vittima dell’eterna condanna alla tossicodipendenza.

Complesso e temerario scorgere le silenti sfumature dell’essere; estenuante il suo contorto divincolarsi dall’involucro fisiognomico, prigioniero abietto di ore lente e tetre, instancabilmente battute dalla monotona nota grave: subdola, mancina, corrosiva.

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Ma i soggetti in cui l’autrice adotta, a mio modesto avviso, un taglio decisamente più aggressivo e convincente sono quelli a sfondo bellico: “Infanzia in Sierra Leone” e “Giochi pericolosi”, in cui il dilaniante orrore del conflitto armato – con il suo pesante carico di violenza, disperazione, fame, morte – è l’effetto, già visto, già vissuto, già pianto, della sua causa.
Un canovaccio di corpi scheletrici, straziati ed arsi al pari dei polverosi suoli su cui giacciono agonizzanti, quali vittime innocenti e sacrificali d’una sterile barbarie e cieca ignominia, dettata dal più nocivo tra i virus letali: l’ossessionante brama di potere di cui è infettata la specie umana.
Atroci e crude visioni, quelle di Annalisa Gallo, che straziano l’individuo e lo investono d’un’acre impotenza, alla quale, tuttavia, siamo gelidamente assuefatti perché facile, perché comodo, perché fashion.

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4Ad Annalisa, al suo talento, alla sua perseverenza – in nome delle tante ore, dei tanti (troppi) Km marciati quotidianamente alle prime buie luci dell’alba, degli ideali comuni vissuti e condivisi – non posso che augurare ogni felice traguardo e ogni meritata fortuna.

Filippo Musumeci

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