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CHI ERA WILLY BECK? OMAGGIO ALL’ UOMO, ALL’ AMICO, ALLO STUDIOSO

Al mondo della didattica e della cultura, di nuova generazione, del Piemonte e/o a chi si è avvicinato solo di recente al variegato panorama della Storia dell’arte, quello di Willy Beck suonerà “nuovo” come nome proprio di persona .

E, come recita il titolo, la domanda sorgerebbe spontanea:
«Chi era Willy Beck

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Ecco, bastano davvero poche note biografiche per farsene rapidamente un’idea!

Nato a Torino nel 1952, si laureò in lettere nel 1985 con una tesi in Storia della critica d’arte su Carlo Ludovico Ragghianti, relatore Gianni Carlo Sciolla.
Sul finire degli anni Ottanta si dedicò per oltre un ventennio e con indiscusso rigore metodologico alla didattica, all’allestimento di mostre monografiche di artisti contemporanei, alla stesura di cataloghi e all’attività di conferenziere, collaborando, non ultimo, con le maggiori istituzioni museali del capoluogo piemontese, quali il Centro Pannunzio, gli Amici del Museo di Antichità, il Museo S. Accorsi, Palazzo Bricherasio e Casa Zuccala di Marentino.
Insegnò “meravigliosamente” (l’avverbio è d’obbligo in questo caso) Storia dell’arte a Ivrea, Castellamonte Canavese e Torino, integrando la sua attività di docente alla promozione della, di lui, rinomata Associazione culturale “Gli amici di Willy”.
Credo che queste brevi battute bastino a tracciare l’alto profilo professionale dell’uomo, dello studioso e del “caro” amico che ho avuto, come tanti, il privilegio (poiché questo è il termine più appropriato), di conoscere, frequentare ed “elogiare” nel corso di tre anni – pochi, troppo pochi, ma inequivocabilmente indelebili – prima della prematura e innatesa scomparsa in quel triste 12 agosto 2011 all’età di 59 anni.
Non ho nessuna intenzione di ricordare la sequenza di quell’evento doloroso e dal sapore ancora amaro sulle labbra.
Intendo, piuttosto, ricordare ciò che era e rappresentava per ciascuno che con lui condivideva l’incondizionata passione per l’Arte e l’altrettanto incondizionato amore per la vita.
Ognuno, a proprio modo, ne custodisce gelosamente e intimamente il ricordo, a sua volta, costellato di immagini, parole, sguardi, sorrisi e intuizioni.
Il mio o almeno, fra gli innumeroli archiviati, quello di più viva ed educativa memoria è quanto segue.

Era il mio secondo giorno in quella che sarebbe divenuta la mia città adottiva e il primo da supplente di Storia dell’Arte in un Liceo Artistico del centro storico torinese. Proprio lì, a pochi passi (caso o fato vollero) dalla caserma ove mio padre, appena 46 anni prima, aveva prestato leva e i cui tanti divertenti e curiosi aneddoti tornavano, ora, ad affollare la mia mente in quella tiepida alba di lunedì, mentre a passo svelto mi accingevo a fronteggiare timidamente la veste superba della Gran Madre, al di là del Po.
Presi servizio e conobbi le classi secondo il rituale (anche se per me era, piuttosto, “iniziazione” del comune rituale) e le ore trascorsero spedite.
Mi recai in sala docenti, sempre timidamente, e fu qui che lo vidi per la primissima e folgorante volta.
Mi si avvicinò con quel sorriso sempre acceso sul volto e con quel suo modo affabile, accompagnato da un timbro vocale modulatamente caldo. Fece gli onori di casa, come galateo vuole verso i nuovi colleghi, e si mise da subito a totale disposizione per eventuali chiarimenti e delucidazioni relativi alla programmazione e alle scadenze in seno al dipartimento.
E le sue non furono solo promesse verbali, ma concrete e instancabilmente rinnovate ogni volta senza alcuna remora, senza falsa cortesia di alcun genere.

Io, neo-supplente inesperto, seppur entusiasticamente coinvolto nella complessa missione assunta, non ebbi meno il suo prezioso sostegno, la sua, oggi più che mai, compianta presenza e il suo quotidiano «Filippo! Ciao caro!»

Dicevo, tante, troppe le immagini di quell’anno scolastico pienamente condiviso con colui che affettuosamente chiamavo “Maestro”.
Ma fra tutte, fu una quella più carica di valore etico – educativo che in sintesi voglio ricordare.
Durante un intervallo uscii nel cortile interno dell’istituto per i famosi dieci minuti d’aria e, come sovente mi capitava di notare, Willy se ne stava eretto e fermo con tutta la possenza fisica di cui era dotato; il capo chino sull’ennesimo catalogo di una delle tante mostre allestite in città.
Ingenuamente,oggi direi stupidamente, mi avvicinai e sorridente improvvisai:
«Willy caro, come al solito studi! Ma un uomo del tuo spessore culturale ha ancora bisogno di far questo?»
Furono le mie ultime parole famose! Staccò per pochi istanti gli occhi dal testo e gelandomi mi rispose: «Caro Filippo, il giorno che deciderai di non studiare più vorrà dire che dovrai cambiare professione. Ricordati, caro, non devi smettere mai di studiare!»
Questo è il più inestimabile degli insegnamenti lasciatimi in eredità da questo grande uomo, geniale studioso, gentile amico.
Willy Beck fu questo… e altro ancora: uno spirito libero dotato di una semplicità disarmante.
In una delle ultime occasioni in cui potei godere della sua compagnia, ricordo, eravano a cena in un locale e rivolgendosi a mia moglie chiese gentilmente:
«Agata, quando verrò a cena da voi, mi faresti, cortesemente, la pasta con le sarde?»

Non di rado,quando le cose non vanno come previsto,alzo gli occhi e ho come la sensazione di udirlo ripetermi ancora: «Ciao caro!»

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Ed è in quell’attimo che trovo l’input per credere ancora alla causa che ho voluto così tenacemente sposare e per cui, come altri, mi spendo come posso, con tutti gli inevitabili limiti del caso.

Questo scritto vuole essere il mio umile omaggio a colui che mi ha lasciato in eredità un patrimonio senza tempo e a cui attingo fedelmente ogni giorno nella sola maniera che mi è concessa.

N.B.Ringrazio sentitamente la cara amica Patrizia, sorella di Willy, per avermi permesso, con il garbo e il calore che da sempre la contraddistinguono, di redigere e pubblicare questo umile ma doveroso articolo, augurandole, altresì, tutto il bene di cui avrà bisogno.

(FIlippo Musumeci)

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