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QUELLA FORMA DI “POESIA MUTA” TANTO APPREZZATA DAI GRECI: PICCOLA STORIA DELLA PRODUZIONE E DECORAZIONE VASCOLARE NELL’ANTICA GRECIA

Quella forma di “poesia muta” tanto apprezzata dai greci: piccola storia della produzione e decorazione vascolare nell’antica Grecia

di Sara Biancolin

Il poeta greco Simonide di Ceo, vissuto tra il 556 e il 468 a.C. affermava cheLa pittura è una poesia muta capace, proprio come i componimenti poetici, di elevare i fatti degli uomini a valori universali e celebrando quindi il carattere narrativo e significativo che questa ricopriva al tempo dell’antica Grecia, specie per quella vascolare, così ampiamente diffusa e prodotta a ritmi più o meno serrati, e di cui oggi abbiamo consistenti e preziose testimonianze.

Sarà capitato allora almeno una volta, andando per musei, di imbattersi in questi famosi vasi greci, tanto decantati sui libri di scuola… Sì, proprio i famosi vasi ‘neri e rossi’, con figurine di profilo tutte impegnate nei movimenti più disparati, tratteggiate con cura sulla liscia superficie in terracotta, vasi delle più svariate e bizzarre forme ma tuttavia così ben riusciti che quasi si pensa che a quel tempo realizzare manufatti simili si trattasse di un gioco da ragazzi. Ma, a dirla tutta, impresa ardua era nell’antica Grecia l’ottenimento di un vaso decorato! I problemi potevano già sorgere molto prima, durante la fase di cottura: uno sbalzo improvviso di temperatura del forno, una crepa nella camera di cottura e si poteva dire addio all’intero carico di vasi realizzati nella giornata; non per niente erano numerose le immagini appese di Atena ed Efesto, protettori dei lavori artigiani, e quelle di demoni benigni, nella speranza che potessero scongiurare qualunque tipo di incidente. La cottura dei vasi era un processo lungo, che richiedeva 8-10 ore per ottenere i 900 gradi necessari a far aderire la vernice alla terracotta e fissarla sulla superficie. Tale vernice, in verità costituita da finissima polvere di argilla depurata, veniva accuratamente selezionata e variava da una zona all’altra: il ferro contenuto in quella dell’area attica faceva assumere al vaso una brillante tonalità rossa, quella attorno all’area di Corinto si distingueva per il suo colore giallo-verdino, mentre la mica delle Cicladi permetteva di ottenere una particolare gradazione color cuoio.

Gli artigiani di bottega, i quali non sappiamo con certezza se fossero sia ceramisti sia ceramografi, compivano un lungo periodo di apprendistato durante il quale si cimentavano partendo da semplici motivi ed elementi geometrici per poi via via cimentarsi in scene sempre più complesse; l’abilità nel realizzare i soggetti a mano libera era un valore non da poco, in quanto era richiesta una lunga esperienza, mano ferma e precisione, dato che raramente era tracciato un disegno preparatorio. Nel momento in cui l’anzianità avanzava, la mano non era più così ferma e la vista cominciava a venire meno, questi venivano destinati ad altre attività meno faticose all’interno della stessa bottega.

Anche gli strumenti per la decorazione erano scelti con cura. Durante le prime fasi della produzione in età geometrica (IX-VIII secolo a.C.) oltre ai tipici motivi a losanghe, quadrati e zig zag, i semicerchi e i cerchi concentrici erano ottenuti con uno speciale compasso sul quale veniva montato un pennello, come dimostrano i numerosi fori lasciati dalla punta dello strumento, ancora presenti sulle superfici.

Durante l’età orientalizzante (VII secolo a.C.) si affina invece la tecnica di realizzazione delle figure a contorno, a silhouette e campite di scuro: si tratta delle cosiddette ‘figure nere’, che continueranno ad essere per generazioni la tecnica preferita, anche in concomitanza con l’affermarsi attorno al 530 a.C. di quelle definite ‘rosse’. Le figure nere vengono talvolta alternate a soggetti di colore chiaro, spesso per mettere in maggiore risalto uno o più personaggi rispetto ad altri: così ad esempio si può osservare la luminosa figura di Odisseo spiccare sui suoi compagni e sul ciclope che sta per essere accecato sulla cosiddetta anfora protoattica del Pittore di Polifemo (650 a.C. circa); nella stessa scena si possono ancora notare i cosiddetti ‘elementi riempitivi’, ossia rosette, puntini e decorazioni accessorie di ascendenza orientale che invadono lo spazio e che accompagneranno per lungo tempo le produzioni figurative dei vasi greci.

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Caratterizza inoltre in particolare la tecnica a figure nere, specie in età arcaica (VI secolo a.C.) il graffito: una volta che la superficie dipinta era perfettamente asciutta era possibile inciderla con tale strumento, costituito da una punta in metallo o avorio, per rimuovere parte della vernice applicata e potere così far risaltare contorni e dettagli; d’uso frequente erano anche le sovraddipinture, ottenute anch’esse da polveri colorate d’argilla che dopo la cottura animavano le terrecotte di splendide tonalità rosse, brune, gialle, paonazze. Tali espedienti, ancora utilizzati nell’età arcaica e oltre sono particolarmente visibili in un’opera del pittore Exechias (attivo nel terzo quarto del VI secolo) che realizza su un’anfora attica una singolare scena in cui Achille ed Aiace sono impegnati al gioco dei dadi: la ricchezza e l’accuratezza dei dettagli qui prendono forma sui mantelli, sui capelli e sulle barbe, parti dove anche la tecnica del graffito la fa da padrone. L’artista si dimostra inoltre particolarmente sagace nel riportare le battute dei due protagonisti intenti al gioco:

– Tre! – Esclama Aiace.

– Quattro! – ribatte Achille.

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Ancora una volta dunque l’abilità nel disegno e l’accortezza nel riprodurre i vari elementi concorrono a rendere lo spettatore partecipe e coinvolto nelle scene rappresentate.

L’età arcaica si distingue inoltre per la significativa inclinazione alla sperimentazione: si inizia anche a campire lo sfondo di vasi potori con una brillante vernice rossa, come nella kylix dello stesso Exechias che raffigura il viaggio di Dioniso rappresentato dalla sua enorme imbarcazione da cui si ramificano tralci carichi d’uva: qui come in altri vasi simili lo sfondo rossastro del vaso potorio pare proprio voler giocare cromaticamente con il colore del vino che lo andrà a riempire.

Attorno alla fine del VI secolo a.C., quando prende vigore la tecnica a ‘figure rosse’ (in cui è lo sfondo ad essere interamente campito ottenendo poi la figura con un semplice contorno) il pennello prende sempre più piede, anche perché (molto più del graffito) si dimostra straordinariamente adatto a modulare spessore, colore e intensità della linea: i personaggi appaiono ora più realistici, il terreno si risolve in un semplice tracciato roccioso che può suddividere le scene su più piani per ottenere un maggiore effetto di profondità e vesti, volti e capelli sono resi con maggiore cura. Un esempio che può riassumere alcune di queste nuove caratteristiche è, nella successiva età severa (480-450 a.C.) il singolare cratere del Pittore dei Niobidi, riprodotto sulla base di pitture perdute di pannelli lignei di Polignoto di Taso, l’iniziatore di questa pittura che da ora si può definire pienamente autonoma e indipendente dalla decorazione scultorea o architettonica; sul cratere, di cui uno dei due lati illustra la strage dei figli di Niobe, punita dai due protagonisti Apollo e Artemide per aver osato vantarsi di avere una prole più numerosa di Latona, madre dei due gemelli divini, il profilo del terreno accidentato è infatti ottenuto con una sottile linea che definisce il paesaggio, distribuisce i personaggi su più livelli e permette anche di nascondere dietro le asperità rocciose le figure di niobidi caduti.

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Nell’età dello stile severo inoltre le raffigurazioni umane si distinguono per un allungamento dell’occhio, che sviluppa l’angolo interno consentendo alla pupilla di spostarsi in avanti, la bocca appare piccola ma carnosa, i panneggi si risolvono fra le più antiche pieghe sottili a coda di rondine dell’età arcaica e quelle a caduta verticale della fase severa, i corpi si fanno instabili nel loro incedere ma sono anche anatomicamente più riusciti e slanciati.

Grandi innovazioni cromatiche si verificano invece in età classica (dal V secolo), nella quale si distinguono nell’insieme della produzione vasi rapportati sempre di più al supporto ligneo e, come tale, vengono interamente campiti a fondo bianco e i personaggi raffigurati sono ravvivati da intensi giochi di policromia: fra di essi, si distinguono le originalissime lékythoi del cosiddetto Pittore di Achille e del Gruppo R, dove i coloratissimi personaggi rappresentati sembrano quasi prendere vita, animati da originalissimi tocchi di giallo, porpora, verde o azzurro, come in questo caso in cui è raffigurato un guerriero seduto di fronte a una stele funeraria, lo sguardo perso nel vuoto ad ammirare l’immagine del defunto o un suo caro compagno.

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Con i sempre più crescenti contatti fra il mondo greco e quello orientale viene inevitabilmente influenzata anche la dimensione artistica, che muta sotto l’epoca di Alessandro proseguendo nella successiva età ellenistica (dal 323 a.C., anno della morte di Alessandro Magno). Ciò dà vita a una vera e propria commistione figurativa: ne nascono possenti raffigurazioni del principe come faraone e re, oppure interpretazioni greche delle divinità egizie. Continua la produzione di forme vascolari tradizionali come le coppe, a cui si affianca da un lato la scomparsa della produzione dipinta se non limitatamente ristretta a determinate zone (tuttavia con manufatti qualitativamente assai scadenti), dall’altro l’innovazione della ceramica a rilievo che subentra con modelli realizzati in metallo, come l’argento a sbalzo. Quest’ultima assume ben presto una produzione di carattere industriale e i vasi non presentano più le forme armoniose del periodo arcaico o classico, bensì tratti più marcati e appariscenti, che vedranno quasi a conclusione la grande stagione d’oro della produzione greca.

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I vasi conoscono, a seconda delle zone e delle epoche, una più o meno ampia diffusione e i manufatti vengono solitamente trasportati per mare, lungo una fitta rete di contatti che vanno dalla Fenicia, alla Siria, dall’Egitto all’Etruria; per facilitare i commerci si aprono numerose strade e percorsi navali dedicati, come il Diolkos, una strada sull’Istmo di Corinto costruita sul finire del VII secolo per consentire un più rapido e sicuro passaggio di merci evitando così di circumnavigare l’intero Peloponneso.

Non ci è dato sapere se tali prodotti  fossero ben pagati dagli acquirenti che ne avevano riconosciuto l’indubbia qualità artistica o se, forse concepiti più come merce a completamento di altri manufatti in metallo, difficilmente si andasse oltre il semplice valore economico. E’ quasi sicuro invece che la somma pagata per un vaso di grandi dimensioni corrispondesse all’incirca a un’intera giornata lavorativa.

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DIDASCALIE IMMAGINI

fig. 1 Anfora del Pittore di Polifemo. Eleusi.

fig. 2 Anfora con Achille ed Aiace intenti al gioco dei dadi, Exechias. Musei Vaticani.

fig. 3 Kylix di Dioniso, Exechias. Staatliche Antikensammlungen, Monaco di Baviera.

fig. 4 Cratere del Pittore dei Niobidi. Museo del Louvre, Parigi.

fig. 5 Lékythos a fondo bianco del Gruppo R. Museo Archeologico Nazionale, Atene.

fig. 6 Coppa in argento sbalzato. Museo dell’Arte di Toledo.

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