TAMARA DE LEMPICKA. “LA REGINA DELL’ART DÉCO” (PARTE TERZA)

TAMARA DE LEMPICKA. “LA REGINA DELL’ART DÉCO

(parte terza) 

“Tutti i mondi di Tamara de Lempicka”:

l’ultima dimora parigina, il secondo soggiorno negli State

e il rifugio messicano.

 (1940-80)  

di Filippo Musumeci

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A seguito del primo soggiorno negli State negli anni 1929-31, la Lempicka decide di cambiare residenza parigina, acquistando una nuova abitazione-atelier nel palazzo progettato dall’architetto modernista Robert Mallet-Stevens al n.7 di rue Méchain. Si tratta di un grande appartamento che l’artista abiterà fino al 1939 (e, saltuariamente, dopo il secondo conflitto mondiale fino al 1976) e per i cui interni la stessa chiamò all’opera la sorella Adrienne Gorska, ormai, affermato architetto di fama europea, specie per l’ideazione di una quindicina di Cinéac: un circuito di moderne sale cinema funzionali munite di acciaio e neon, esaltate dalla stampa e pubblicate su riviste specializzate. Il nuovo spazio della Lempicka fu immaginato dalla sorella Adrienne freddo, con tubi di cromo a vista, tavolo in acciaio e silite nera, tavolini di Djo Bourgeois, sedie di René Herbst, luci di Perzel, sculture dei fratelli Martel e Chana Orloff, amica di Tamara, ed elementi di riscaldamento Mécano, definiti ultramoderni.

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Ciò è documentato dalla serie di scatti fotografici della casa-atelier realizzati di Thérèse Bonney nel 1930 circa, oltre che da un filmato eccezionale di un minuto e trenta secondi dal titolo “Un bel atelier moderne”, girato da Pathé e proiettato il 16 novembre 1932, ove Tamara appare impegnata nella realizzazione dello studio preparatorio di un ritratto della cantante, modella e amante Susy Rocher Solidor con sullo sfondo gli interni dall’anima modernista, testimone di incantevoli creazioni pittoriche come Ragazza di verde, Adamo ed Eva e il Ritratto di Marjorie Ferry.

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Il 1939 segna il ritorno negli State per una nuova avventura artistica costellata di successi e riconoscimenti. Dalla capitale francese sbarca a Cuba e da qui, attraverso Miami, approda nella Grande Mela, ove l’artista terrà un’antologica alla Renhardt Galleries dal 2 al 23 maggio. Negli anni 1940-42 Tamara e il secondo marito, Raoul Kuffner de Dioszegh, dimoreranno al 1141 Tower Road di Beverly Hills, nella villa, presa in affitto, di King Vidor, il regista del film di guerra La grande parata del 1925. Un luogo magico, in vetta alla collina, progettato dall’architetto Wallace Neff per volere della seconda moglie del regista, l’attrice Eleanore Bordman. Qui la coppia darà vita a party memorabili, a volte di 200 invitati, ai quali parteciperanno glorie del cinema americano e polacco.

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Ma, come si è avuto modo di comprendere, lo spirito cosmopolita della polacca non poteva permettere che un’artista del suo calibro divenisse sedentaria e si fossilizzasse nelle mura di una dimora, seppur stellata, come Villa Vidor. Già il 17 luglio del 1942 il “New York Times” titola l’annuncio dell’acquisto da parte del barone Kuffner di un nuovo appartamento al 322 East 57th Street per 240.000 dollari. Si tratta di un “duplex” con vista sull’East River, ovvero di due piani, al sesto e settimo, con sei stanze e tre bagni. Gli interni saranno arredati dalla Lempicka con i mobili provenienti dal castello di Dioszegh in Ungheria del barone e venduto nel 1939. Mobili intagliati e intarsiati Biedermeier i italiani dipinti di bianco dall’artista stessa per coprire le originarie dorature degli specchi, dei tavoli e delle sedie e adattarli, in tal modo, alle grigio elefante delle pareti.

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Si nota, dunque, la rinuncia di Tamara e del marito alla fredda funzionalità modernista di rue Méchain e la neonata passione per le tappezzerie colorate in velluto o satin e per le cornici rocaille, presenti in dipinti con nature morte o in ritratti del marito dello stesso periodo. È l’esempio di Ritratto del barone Kuffner in poltrona del 1954, in cui il marito è ritratto in abito grigio e gilet, seduto in poltrona bianca laccata, con catenina d’oro di orologio, anello nobiliare al mignolo sinistro e baffi alla Francesco Giuseppe.

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Dopo il secondo conflitto mondiale i Kuffner torneranno più volte l’anno nella casa parigina di rue Méchain, in cui la polacca posa per gli scatti del celebre fotografo di moda Willy Maywald: vestita in sontuoso abito lungo davanti a un cavaletto; come un fantasma armato di candeliere in una stanza di gessi, tra i cui l’Ermes e l’Afrodite Cnidia di Prassitele, anche questo ripreso in diverse nature morte degli anni Quaranta-Cinquanta, come quello del Museo di Plock.

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Gli anni Sessanta saranno quelli dell’allontanamento della pittrice dalla vita artista e il suo continuo vagabondaggio tra Europa e Stati Uniti, tra Parigi e i lussuosi alberghi di Capri e Venezia in Italia, divenendo ben presto tra le maggiori rappresentanti di quel “jet set” internazionale alimentato da aristocratici, industriali e personalità note della cronaca rosa. Lo stesso termine di “jet set” era stato coniato da un amico della Lempicka, Igor Cassini (fratello del celebre stilista Oleg), il quale aveva fondato la rubrica di gossip sul “New York Journal-American”. E tutto questo proseguirà anche oltre il 3 novembre1961, giorno della morte del barone Kuffner durante l’attraversata oceanica di ritorno dall’Europa. Questi venne sepolto in mare, anche se l’annuncio fu dato solo il 22 novembre sul “New York Times”, ma la Lempicka non si fermò neppure dinanzi questo dolore: due giorni dopo, il 24 novembre, inaugurava un mostra alla Iolas Gallery di New York.

Nel 1976 si compiva l’ultima tappa nel rifugio messicano di Cuernavaca, ove visse gli ultimi quattro anni della sua lunga esistenza con il giovane artista e compagno Victor Manuel Contreras. Una villa in stile giapponese, immersa tra palme e bambù, con un piccolo atelier in cui la Tamara si dilettava a ripetere i soggetti che le diedero la gloria planetaria, e qui si spense quel 18 marzo 1980 all’età, pare, di 82 anni. Non fece in tempo a vedere il volume progettato da lei stessa sin dal 1978 e pubblicato a Tokio con introduzione di Eiko Ishioka e curato dal conservatore del Louvre Germaine Bazin.

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Fu solo l’inizio di un’infinita serie di pubblicazioni dedicate alla pittrice polacca e al “mito” che lei stessa aveva contribuito pienamente a costruire.

 P.S. Vi diamo appuntamento alla pubblicazione della parte quarta del nostro omaggio alla Regina dell’Art Déco.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

BIBLIOGRAFIA

Tamara de Lempicka, catalogo della mostra a cura di Gioia Mori (Torino, Palazzo Chiablese, 19 marzo – 06 settembre 2015), Milano, 24 Ore Cultura, 2015.

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